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Rione Sallustiano > Storia > Mura Serviane > >

Le antiche mura di Via Salandra

di Domenico Augenti 

 

La continuità ininterrotta per oltre ventisette secoli di storia è la più straordinaria caratteristica di Roma. Quando si gira per il centro storico è divertente ad esempio chiedersi se ci si trova all’interno dell’arcaica città dei re oppure nell’urbe di età imperiale. Escludendo la leggendaria Roma quadrata del Palatino, sappiamo che la città ha avuto due cinte murarie. La più antica, quella del periodo monarchico, è attribuita dalle fonti al re Servio Tullio (578-535 a.C.) e venne costruita saxo quadrato, in blocchi squadrati di cappellaccio, un friabile tufo locale. Scarsi resti di queste mura monarchiche sono tra l’altro visibili su largo Magnanapoli nell’aiuola erbosa all’imboccatura di via IV Novembre e su largo S. Susanna. Se venendo da Corso d’Italia oltrepassiamo la cinta delle Mura Aureliane (271-275 d.C.) siamo già penetrati nella città di epoca imperiale, ma per entrare in quella arcaica dei re dobbiamo superare le mura più antiche di cui incontriamo traccia salendo da Via Piemonte verso Via Salandra. Sul lato destro di questa via, imprigionati come sono in un oscuro antro, serrato da un’inferriata, si possono incontrare i massicci blocchi di cappellaccio, il friabile tufo locale di epoca regia, venuti alla luce, come ricorda la lapide, solo nel 1907. Queste mura erano unite a quelle che si vedono, protette da un’inferriata, dall’altra parte della strada sotto l’iscrizione moderna "QUAE URBEM SERVAVERUNT HIC MOENIA SERVANTUR" (qui vengono salvate quelle mura che hanno salvato l’Urbe). Queste ultime, scoperte nel 1909, sono state edificate in età repubblicana quasi due secoli dopo quelle monarchiche, quando, dopo aver subito l’invasione dei Galli del 390 a.C., Roma pensò a rinforzare la cinta precedente rivelatasi vulnerabile, impiegando materiale più resistente. Livio ci informa che i lavori vennero appaltati dai censori in carica nell’anno 378 a.C. Il tenero cappellaccio locale venne sostituito da piccoli blocchi di tufo estratto dalle cave di Grotta Oscura, una località che nel periodo monarchico era ancora inaccessibile perché sotto il dominio etrusco e che i Romani occuparono dopo la caduta di Veio del 396 a.C.

Le mura monarchico-repubblicane, che continuarono a chiamarsi "serviane", proseguivano con il tratto visibile oltre via Carducci e, costeggiando gli antichi baratri tra il colle Quirinale e il Pincio, colmati nei secoli, assumevano un andamento parallelo all’attuale Via XX Settembre, fino all’antica porta Collina, i cui resti sono stati scoperti durante i lavori per la costruzione dell’ex Ministero delle Finanze sotto l’angolo nord di questo edificio.

Il centro storico più antico di Roma è dunque quello circondato per undici chilometri da questa cinta muraria, che racchiudeva un’area di circa 426 ettari che il bimillenario sviluppo edilizio della città rende difficilmente identificabile.


 

 

 
     
     
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